Gualberto Artenisio, “rallyman” dalla prima ora

Tratto da Sicilia Motori – Anno VII n. 28 (86) Giugno 1988

di Giancarlo Felice

Gualberto Carducci Artenisio

Attende soltanto che qualcuno si faccia avanti per ritornare a gareggiare: «Se qualcuno mi spingesse mi piacerebbe correre, per esempio, un rally di Tunisia o del Marocco». Chi parla e il primo rallista siciliano ad essersi affacciato sulla scena nazionale ed internazionale. Erano i primi anni 70 e fu «lccudrac» assieme alla moglie «Aldeg» a rappresentare l’isola per l’Europa. Al secolo «lccudrcc» e l’ingegnere Gualberto Carducci Artenisio e la sua navigatrice la signora Alfonsa De Gregorio, tra le prime donne ­navigatrici italiane.

«lccudrac» è lo speculare del cognome che Artenisio adottò non per evitare ire paterne o malumori familiari (quando riprese a correre il padre era già deceduto e la moglie, guarda caso, correva con lui), ma per non mischiare sacra e profano, cioè lavoro e divertimento. La prima gara Gualberto, oggi cinquantacinquenne, l’ha disputata appena compiuti 18 anni in coppia con Clemente Ravetto.

La prima gara a 18 anni: in coppia con Ravetto nel Giro di Sicilia del 1955

Era il 1951: corse l’ultima edizione del Giro di Sicilia quasi per divertimento, a seguito di una telefonata dell’amico che lo invitava a gareggiare. Poi niente più corse per venti anni. «Mi iscrissi alla facoltà di ingegneria e lo studio mi prese sino alla laurea, poi inizio il lavoro e l’idea di correre non mi balenava per la mente, quando un giorno ­ si era nel 1971 ­ mi telefono Alfonso Merendino che mi proponeva di correre il rally dell’isola dell’Elba”.

“Lui mi avrebbe prestato la vettura, una Gordini 1300. L’idea mi piacque, ma chiesi ad Alfonso di farmi da navigatore. Si arrivò all’Elba con gomme di serie e per tre quarti di gara fummo in classifica mentre altre vetture si andavano ritirando. Questa Gordini era la meraviglia di tutti. Rientrati a Palermo la comprai disputando per quell’annata gare in salita nelle quali mi classificai primo di classe».

La prima partecipazione al Rally di Sanremo con una Fiat 128

Per Artenisio inizia l’agonismo. Quasi ogni domenica veste tuta e casco per partecipare a rally, gare in salita, corse in pista. Nel 1972 utilizza due vetture. Con una Fiat 125 corre il Rally di Sicilia, l’isola dell’Elba, il 4 Regioni, con una 128 gruppo 2 disputa il Montecarlo e tutte le gare del campionato italiano rally. Non vinceva, ma si piazzava solitamente nei primi dieci ­ quindici posti dell’assoluta quando nei rally partivano 150 vetture per arrivarne un ventesimo: «La mia fissazione non era quella di vincere, visto che non avevo vetture in grado di potermi fare salire sul più alto gradino del podio, ma di concludere la gara”.

Lottare con se stessi, essere sottoposti a sforzi continui, riuscire a superare le difficoltà: erano queste le cose per le quali la corsa mi appassionava. Una sfida con me stesso. E dovevo vincere tale sfida».

Montepellegrino 1971: “Iccudrac” riprende l’attività agonistica con la Gordini 1300

Nel 1973 entra in scena la moglie, con la quale farà coppia fissa per quattro anni a bordo di Porsche e Opel in giro per l’Italia e per l’Europa: «Certamente sono stati gli anni più belli perché con la mia navigatrice l‘intesa era ideale. Purtroppo mia moglie a seguito di un incidente dovette abbandonare le corse e la mia carriera proseguì con il milanese Defendenti, con il quale l’intesa non poteva certo essere al cento per cento. Se a questo si aggiunge che stavamo per toccare il professionismo in me scattò un qualcosa che mi induceva a considerare soprattutto l’attività professionale prima che il mondo delle corse».

Per cinque anni, tra il 1972 e il 1976, Gualberto Carducci Artenisio vince il titolo di campione siciliano assoluto rally è nel 1974 viene classificato come «partente prioritario internazionale», vale a dire tra i primi dieci rallisti europei. L’ anno prima la CSAI lo premia quale migliore pilota rallistico italiano privato.

Marito e moglie impegnati nel “Montecarlo” dl 1973

«Non ho avuto risultati eclatanti, ma posso vantarmi di avere concluso, per esempio, sette volte su otto il Rally dell’Elba. I miei migliori piazzamenti li ottenni al Rally di Sanremo che considero il migliore. Terzo nel 1976 con Defedenti su Porsche, quinto e undicesimo con una 128 assieme a mia moglie: tutto questo quando ai primi posti si classificavano piloti del calibro di Munari, assistiti da Case ufficiali. Eppure un primo assoluto l’ho fatto è stato nel 1975 sul circuito di Pergusa con una Porsche gruppo 4».

L’intervista è iniziata nello studio dell’ingegner Artenisio per proseguire nel suo appartamento. In entrambi i luoghi tutto parla di automobilismo. Nel suo ufficio, accanto alle foto dei palazzi progettati e costruiti vi sono quelle in cui «lccudrcc» e in corsa, così come a casa vi è tutta una parete che ospita un centinaio di coppe e altrettante medaglie. La carriera di Carducci prosegue fino al 1980: le ultime tre stagioni le disputa con una Opel preparata da Conrero.

Smette di correre a 47 anni e lo fa quando a Pergusa accade «che nella curva parabolica stavo affiancando Bordonaro con le vetture lanciate sui 185 chilometri orari. Solo allora mi accorsi che era in gara: con la mente stavo pensando ai fatti miei. Fu una sorta di campanello d’allarme. Il gioco non valeva più la candela»,

Con una Porsche in uno dei rally considerato da Carducci tra i più completi e interessanti

Ingegnere qual’é il suo rally ideale? «Se ne dovessi organizzare uno lo farei tutto su sterrato, su strade molto strette. Questo sarebbe il mio rally. Oggi si corre invece sull’asfalto e per me significa che hanno sostituito appieno le vecchie e pericolose gare di velocità su strada. Un motivo c’e: ritengo che i rally sono” diventati pericolosi quando la Lancia e comparsa con la Stratos. È chiaro che una potenza di 450 cavalli ha bisogno di asfalto più che di sterrato, per cui gli organizzatori pur di avere questo mostro tracciavano i percorsi ad hoc. La pericolosità e allora aumentata, tanto quanto quella che i prototipi avevano, per esempio, quando entravano a Collesano tra due ali di folla».

­ Erano quindi meglio i rally degli anni ’70? «Sono convinto che l’idea dei rally che sostituiva le gare di velocità su strada ha avuto valore fino all’ avvento dei mostri. E tali dovevano rimanere perche l’incolumità dei piloti e del pubblico è primaria. Mi ricordo il Sanremo che si correva tutto su sterrato ed era un rally che comportava sforzi eccezionali. Arrivare era già un successo. Eppoi era enormemente vario: si passava dalla pianura alla montagna, dall’ asciutto al bagnato, così come il 4 Regioni di Pavia che da quota 3000 ti faceva scendere a livello del mare, nonché l’isola dell’Elba dove era difficilissimo orientarsi nel dedalo di sentieri che bisognava percorrere e ciò significava che bisognava conoscere il radar a menadito».

“Aldeg”, la signora Alfonsa De Gregorio

Nel corso della chiacchierata arriva la signora Alfonsa che comincia a sfogliare gli album di fotografie, poggiati sul tavolo. Gli occhi le si illuminano: «Era da tempo che non guardavo queste foto. Ognuna ha un suo significato, ogni gara mi ha lasciato dentro qualcosa». Signora, Artenisio pilota aveva pregi e difetti? «Non ne ricordo. Rammento che andavamo d’accordo alla perfezione, si inalberava raramente, forse quando segnalavo qualcosa che non lo convinceva. Per il resto tutte le gare filavano lisce».

A parte le gare in solita all’attivo dell’ingegnere vi sono anche tre Targa Florio. Ha corso le ultime tre edizioni disputate su strada: «Il circuito madonita rimane la più bella corsa del mondo. Una Targa l’ho corsa con Sergio Mantia a bordo di una Alpine, nelle altre due guidavo una Porsche facendo coppia un anno con Raffaele Restivo e se non ricordo male ci piazzammo decimi assoluti e un altro anno con Sergio Rappa».

In quanto alla vecchia Targa, Carducci, che è stato anche vicepresidente dell’ Automobile Club Palermo, rammenta che esiste a verbale uno sua dichiarazione sulla pericolosità di quella gara, che nello stesso anno registrò un incidente mortale: «Non vorrei ­ sottolinea ­ che i rally moderni dovessero dimenticare la sicurezza perche, altrimenti, anche loro sarebbero destinati ad essere soppressi».

Lo voglia di cimentarsi con se stesso a Gualberto Carducci Artenisio non è passata. L’avventura, il nuovo lo attrae e recentemente è stato al Safariland australiano che da Sidney ha portato una decina di Panda 4×4 a Perth, poi ha ripetuto l’esperienza in Brasile e qualche mese fa ha percorso «in passeggiata» due tappe della Parigi ­ Dakar: «Una gara che non ha senso. Pazzesca se è intrapresa da un pilota privato. Per portarla a conclusione bisogna avere una esperienza e una assistenza spaventosa. E’ la tempestività degli uomini al seguito che determinano il successo».

“Iccudrac” alla guida di una Porsche nel Rally dell’Acropoli del 1975

All’attivo della famiglia Carducci anche l’attraversamento del deserto del Sahara con un fuoristrada e tanti amici: «L’aver fatto rally dello scorso decennio ha significato sia per me che per mia moglie esserci temprati alla fatica. Gli amici dopo cinque ore di marcia erano già stanchi, per noi si poteva continuare».

C’e qualche episodio che ricorda ancora oggi: «Tra i tanti me ne sovvengono tre. Rally dell’Elba: gareggiavo con la 125 e ad un certo punto la vettura si spacca letteralmente a meta, così come nel film il “Maggiolino tutto matto“. Fortunatamente I’ assistenza Fiat ci ha aiutato, ma ogni 15­20 chilometri alla macchina i meccanici davano una consistente manciata di punti di … saldatura. Al traguardo siamo arrivati con uno spazio di tre centimetri tra le due unita della 125. Altro aneddoto: in Grecia nel corso del rally dell’Acropoli, a differenza degli attraversamenti dei paesi italiani dove si procede più piano, si passa velocemente”

“In uno di questi paesi ellenici vedevamo che le persone si agitavano come per salutarci calorosamente. Eravamo convinti che ci salutassero ed invece ci segnalarono che la vettura aveva preso fuoco nella parte posteriore. Ultimo episodio: come mi sono conosciuto con Sandro Munari. Si era nel corso delle prove libere, lui scendeva ed io risalivo una prova speciale. Ci siamo incontrati in una strettoia e per ridurre i danni abbiamo preferito gettarci nelle cunette. Siamo scesi dalle macchine, ci siamo presentati porgendo le scuse».

Al lavoro dell’ingegnere Carducci Artenisio abbiamo tolto un paio d’ore «che sono state un “flashback” proficuo, perchè non capitava da molto tempo ripercorrere l’impegno agonistico che per dieci anni mi ha anche divertito».