PICCOLO Mario, “vincente” su due e quattro ruote

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Tratto da Sicilia Motori – Anno VII n. 32 (90) Dicembre 1988

di Vincenzo Saccà

La storia delle corse a due ed a quattro ruote è fatta di tante leggende, di albi d’ Oro, di gare, di modelli, di uomini coraggiosi con un unico elemento comune il motore. Due mezzi diversi, due mondi diversi, che spesso hanno generato dibattiti fra i critici delle due specialità.

Pochi per la verità sono stati gli uomini capaci ad essere vincenti in entrambe, solo dei veri campioni come Nuvolari, Surtees, HaIlwood, Cecotto. Soprattutto per la tecnica e la preparazione completamente diversa. Anche nella nostra realtà locale, tanti in passato sono passati dal manubrio al volante e viceversa, ma pochi sono risultati competitivi in entrambi.

Mario piccoloA Messina, assurta solo di recente al massimo coefficiente rallistico italiano,  ma con una lunga tradizione motoristica ad alto livello con gare come la «10 Ore Notturna», Il «Circuito del Laghi» e tante manifestazioni collaterali, c’ e un personaggio che fa al caso nostro, anima da vero sportivo, ovvero Mario Piccolo.

Piccolo ha corso in moto ed in auto cogliendo diverse affermazioni in entrambe ed è arrivato alla soglia del professionismo. Una passione che iniziata a cavallo degli anni 30, dura tutt’oggi anche se di ricordo, tant’e che Il nostro Mario commerciante all’ingrosso d’abbigliamento, nell’esposizione delle sue vetrine, ha inserito una firma inglese che ha fatto la storia del Tourist Trophy, ovvero la Rudge, la due ruote più veloce dell’epoca.

Il nostro pilota, soprannominato all’epoca «Diavolo Rosso» così ricorda Il suo debutto. «Esordì nel 1932 con una Guzzi 250 cc. Nel Circuito della Cortina del Porto, dove arrivai secondo assoluto. Una gara bella, combattuta, in cui non ebbi difficoltà ad adattarmi subito alla competizione, ne altre difficoltà tanta era l’esuberanza giovanile e la voglia di gareggiare, mai osteggiamenti da alcun familiare».

Il buon inizio fu la molla che lo fece continuare a cui seguirono varie vittorie in SicIlia come a Mondello ed a Siracusa. Ma la corsa capolavoro la disputò a Roma dove nel Circuito del Littorio finale unica del Campionato Italiano, anche con l’handicap di tre giri persi in partenza vinse la gara. La stoffa era quella di un campione, tanto che un’autorevole rivista del tempo Il giorno dopo a commento di quel capolavoro uscì così.

«Piccolo di nome e di stazza, è tagliato per guida della 250 cmc, temperamento combattivo, audace e una speranza del motociclismo italiano». Dopo quella impresa vennero altre affermazioni che lo lanciarono nella 500, dove trova, tra i suoi più acerrimi rivali, quell’Andrighetti più volte Campione Italiano.

Il «Reuccio di Sicilia»

Il nostro Mario corse anche all’ estero come nel G.P. di Tripoli, dove si ritiro subito, con la frizione fuori uso, che i meccanici della Rudge si rifiutarono di cambiarla perché seguivano il loro pilota ufficiale.

Episodi del genere ed altre piccole discrepanze finirono per smontare Piccolo che si allontano un po’ dal mondo delle competizioni, ma ne frattempo era venuta la guerra. Nel dopo guerra con rinnovata passione, e con I’ aiuto del suo fido meccanico Vincenzo Gullotta, comprò una BMW 750 militare e passò questo motore su un telaio di una Fiat 500 e così inizio a correre in auto.

La gara d’ esordio fu alla Montepellegrino dove arrivò, manco a dirlo, primo di classe e nei due anni successivi vinse tutte le volte in cui partecipò in giro per l’Isola.

Successivamente al volante di una Nardi­Danesi e di una Giuar 750 e 1000 (un ibrido costruito e preparato da Giannini e Taraschi) vinse molte volte la classe: 4 M. Pellegrino, due volte al Colle S. Rizzo, una Targa Florio, una Catania­ Etna ed ebbe un magico 1953, arrivando 7° assoluto alla Targa Florio, tanto che la Gazzetta dello Sport nel servizio da Cerda del famoso giornalista Canestrini lo etichettò «Reuccio di SicIlia».

Cavaliere del rischio

Tante vittorie a due e quattro ruote, un cavaliere del rischio, Piccolo ma con un cuore grande ed un piedi di piombo. Sig. Piccolo perché lasciò le moto e corse in auto? «Essenzialmente ci fu la guerra nel mezzo e poi in auto c’erano molte più gare». Era più difficile per lei andare in moto o in auto e quale delle due era più pericoloso?

«Non era difficile andare in entrambe, ma per vincere io non facevo pretattiche come oggi dove ci sono delle corse lineari: spingevo sempre al massimo dall’inizio alla fine. In quanta alla pericolosità per me si rischiava più in auto, in quanta eri incapsulato nell’abitacolo ed eri tutt’uno con la macchina, mentre in moto se accadeva qualcosa eri libero di decidere cosa fare, insomma moto da un Iato e centauro dall’altro».

Ha mai avuto incidenti?

«Si, Il più grave avvenne in un Giro di Sicilia, nei pressi di Piazza Armerina, dove con la mia Giuar uscì di strada e distrussi la macchina che andò a fuoco ed io riportai varie contusioni ed una commozione cerebrale; ma tre mesi dopo tra lo stupore generale battei alla Colle S. Rizzo Il mio rivale, Il romano Leonardi».

Che differenza trova ci sia tra le gare di oggi e quelle di un tempo?

«Una grande differenza, allora si correva col cuore, oggi guardi le gare e ti addormenti tanto non avviene niente».

piccoloPerche visti i risultati non tento la strada del professionismo?

«Sia in moto che in auto ci andai vicino, in moto Il moto club Italia, che faceva correre le Guzzi ufficiali tramite gli ing. Parodi e Colucci mi offrì una guida ed anche in auto Taraschi mi seguì più volte. Ma gli impegni di lavoro e la lontananza mi impedirono tutto ciò»,

La gara più bella sotto tutti i punti di vista qual’è stata Secondo lei?

«Senza il minimo dubbio, la Targa Florio».

Il suo più accanito duello?

«Nel ’53 alla Targa con Musso dove gli recuperai quattro minuti e per gli ultimi cinque giri lottammo insieme ruota a ruota ma alla Targa non in un circuito».

Tanti ricordi, tanta nostalgia e venuta fuori, da questo eroe d’altri tempi dal cui volto e dalla cui voce, si evidenzia la vera passione un personaggio sempre più raro e difficile da imitare ai giorni nostri.