Basta chiamarla “a cursa”: il nome è Targa Florio

Targa Florio, la polemica sul nome “a cursa”

La Targa Florio ha compiuto 120 anni. 120. Un traguardo che appartiene alla storia dell’automobilismo mondiale e che certifica ancora una volta il valore di una competizione capace di attraversare epoche, generazioni e trasformazioni tecniche senza perdere il proprio fascino. Nata il 6 maggio 1906 per volontà di Vincenzo Florio, la corsa siciliana è oggi la competizione automobilistica più antica del mondo. Un primato condiviso soltanto dalla 500 Miglia di Indianapolis sul piano della continuità storica, anche se la gara americana nacque cinque anni più tardi, nel 1911.

La differenza sta proprio nelle interruzioni causate dai conflitti mondiali. La Targa Florio si fermò sia durante la Prima che durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre Indianapolis interruppe il proprio cammino soltanto negli anni del secondo conflitto. È anche per questo motivo che oggi le due competizioni si ritrovano sostanzialmente allineate nella numerazione delle edizioni disputate, nonostante la corsa statunitense sia nata successivamente.

Targa Florio, un’identità ferma nel tempo

La Targa Florio, però, conserva un’identità unica, costruita sulle strade delle Madonie e su un nome che, da solo, racconta un pezzo di motorsport internazionale. Ed è proprio attorno a quel nome che negli ultimi anni si è aperta una polemica sempre più accesa. Perché una parte consistente degli appassionati siciliani continua a non accettare l’utilizzo della definizione “a cursa”, diventata ormai frequente in post social, comunicazione promozionale e perfino in alcuni contenuti ufficiali.

Non solo. A infastidire molti appassionati è anche l’abitudine, sempre più diffusa fuori dalla Sicilia, di chiamarla “il Targa” anziché “la Targa Florio”. Un’espressione che per tanti appassionati storici suona estranea alla tradizione automobilistica isolana e che viene percepita come un’ulteriore semplificazione impropria di una competizione dal nome preciso e riconoscibile in tutto il mondo.

“A cursa”, invece, viene considerata da molti una storpiatura artificiale, lontana dal vero linguaggio popolare siciliano legato alla Targa Florio. E a riaccendere il dibattito è stato in questi giorni Gianfranco Pucci, figlio del Barone Antonio vincitore della corsa nel 1964 e Presidente dell’Historic Club Alfa Romeo Palermo, che sui social ha criticato apertamente questa deriva linguistica: “Vorrei dire a chi scrive che la corsa più antica del mondo, che tanto lustro dà all’Italia e all’ACI, la sua denominazione è Targa Florio. Nel mondo se si parla di Targa Florio tutti sanno che è la corsa più antica del mondo, mentre se si parla della ‘cursa’ si può pensare che si parli della corsa dei sacchi”.

Basta chiamarla “a cursa”

Parole che hanno raccolto numerosi consensi e commenti, tra cui quello del presidente della Ateneo Motorsport, Agatino Pedicone (ha ricordato come questa definizione sia nata anni fa e sia stata poi imitata fino a diventare quasi una moda), e di Eros Di Prima – Tempo/Island Motorsport – che ha paragonato “a cursa” a quei siciliani caricaturali utilizzati in alcune fiction televisive, costruiti su un dialetto poco autentico e spesso forzato.

Ma uno degli interventi più interessanti è stato probabilmente quello di Giuseppe Pantano, che ha sottolineato anche l’aspetto storico e linguistico della questione. Secondo Pantano, infatti, la forma tradizionalmente più corretta sarebbe semmai “li cursi”, espressione che affonderebbe le radici nelle prime edizioni della Targa Florio, quando oltre alla gara principale esistevano altre competizioni collaterali. Un riferimento culturale ben diverso rispetto all’attuale utilizzo di “a cursa”, considerato da molti artificioso e privo di autenticità.

Infine, nel dibattito, si è inserito nelle settimane scorse anche il Direttore Dario Pennica, che sulle pagine di ItaliaRALLY ha scritto con tono volutamente provocatorio che “nessun siciliano identifica la Targa Florio con questa storpiatura lessicale inventata da qualche simpatico polentone che provava a scimmiottare il dialetto locale”. Una frase forte, ma che sintetizza bene il sentimento di molti appassionati isolani: il fastidio verso formule percepite come folkloristiche, costruite più per stereotipo che per reale appartenenza culturale.

Andare oltre gli stereotipi

Il punto, però, va oltre la semplice polemica lessicale. Perché dietro questa discussione emerge una riflessione più ampia sul modo in cui la Sicilia e le sue tradizioni vengono raccontate. La Targa Florio non ha bisogno di macchiette linguistiche, di soprannomi forzati o di formule folkloristiche costruite a tavolino per essere riconoscibile. Il suo nome basta da solo.

“Targa Florio” significa Madonie, storia, campioni, sacrificio, pubblico, memoria e motorsport. È un marchio conosciuto in tutto il mondo, capace di evocare immediatamente un pezzo di storia dell’automobile. Ed è proprio questo il punto che molti appassionati rivendicano: chiamarla semplicemente con il suo nome. Anche perché, come sottolineato nel testo pubblicato dal Direttore su ItaliaRALLY, riferendosi alla Targa Florio “si sta parlando di una Signora, e pure di antico lignaggio”. Una corsa che merita rispetto anche nelle parole utilizzate per raccontarla.

Forse il dibattito continuerà ancora. Ma una cosa appare evidente: sempre più appassionati siciliani chiedono di smettere con certi stereotipi linguistici e di tornare a raccontare la Targa Florio per quello che realmente è. Una delle gare più importanti della storia dell’automobilismo mondiale. Con il suo nome. E basta.

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