LANZA Raimondo, pilota scanzonato

tratto da Sicilia Motori anno XII – n° 5 (142) – Maggio 1993

di Vincenzo Prestigiacomo

II nome di Raimondo Lanza di Trabia per molti versi è legato al mondo del calcio, e precisamente al Palermo dei mitici anni ’50. Pochi ricordano il principe quale grande appassionato di automobilismo. Raimondo Lanza vive la prima emozione automobilistica il 24 aprile 1927, due mesi e mezzo dopo il suo primo impatto con Palermo (Raimondo ha trascorso i suoi primi dodici anni di vita tra Vittorio Veneta e Roma, città nella quale il padre, Giuseppe, esercitava la funzione di deputato del regno).

Lanza pilota al volante di un auto da corsa

Sul Circuito delle Madonie il giovane vede per la prima volta da vicino piloti del calibro di Materassi, Conelli, Borzacchini, Goux, Maserati, Boillot: in mezzo a questi campioni Raimondo è felice e tira scherzi birboni soprattutto ai meccanici. Una testimonianza in proposito ci è fornita da Giovanna Trigona di S. Elia, una delle poche donne che praticavano l’automobilismo negli anni ’20.

La contessa, donna di temperamento forte, ha sposato Beppe Albanese, uno dei pionieri del motorismo siciliano. Vive nel quattrocentesco palazzo di famiglia ­ appartenuto nel’600 ai principi Scavuzzo ­ in piazza Rivoluzione, così chiamata per i noti fatti del 12 gennaio 1848.

La stanza in cui mi riceve è tappezzata di foto: Franca Florio Tomasi Lanza di Lampedusa, Gabriele D’Annunzio, Giulia Lanza di Trabia, il marito Beppe con Minoia e Balestrero. I ricordi della Trigona su Raimondi sono ancora vividi. “In mezzo a tutti quei campioni – esordisce la contessa ­ Raimondo era felice: abbracci, baci e, naturalmente, scherzi per tutti. Eravamo agli inizi del trenta quando lo vedevo esaltarsi ai box di Cerda per il duello tra Nuvolari e Varzi. La battaglia tra i due assi era una lotta all’ultimo respiro. Così Raimondo andava in sollucchero.

Tifava, comunque, apertamente per Nuvolari, del quale divenne un grande amico. Ma quelli che lo temevano fortemente erano i meccanici. A loro nascondeva chiavi, bulloni, gomme. E quei poveretti a disperarsi perché non trovavano i loro arnesi. Poi Raimondo li rimetteva a pasta e i meccanici a giurare che in quei posti avevano cercato almeno una dozzina di volte. Ma diventava pesante quando all’eccellente vino dei Tasca aggiungeva della benzina ed i piloti, vittime designate, a sputare per terra. Quando divenne adulto, lo persi di vista“.

Raimondo Lanza e la Torpedo sportiva a quattro posti

Raimondo Lanza ha soltanto sedici anni quando la nonna Giulia Lanza di Trabia gli regala una Torpedo sportiva a quattro posti. II giovane principe non ha ancora l’età per la patente, cosi la nonna gli mette a disposizione un autista personale, il signor Scelfo, strabico, ma abilissimo nella guida.

Raimondo  – ricorda a tal proposito la scrittrice Olivia De Portoguera -­ era uno scellerato. Forte del suo nome, andava in giro per la città di Palermo, guidando la vettura e tenendo l’auti sta in divisa, al suo fianco come facciata“. Sul finire degli anni trenta, Raimondo Lanza lega molto con il giovane barone Stefano La Motta di Ficilino.

I due amici organizzano nei lunghi viali di Terre Rosse, villa dei Trabia abitata dalla famiglia in primavera, gimcane competitive con in palio ricchi premi.

lanza
Lanza (a sinistra) premia i fratelli Borniggia con la Targa Florio del 1950

La guerra

Ma la guerra per alcuni anni dividerà i due. Subito dopo il secondo conflitto mondiale Raimondo e Stefano La Motta si ritrovano e formano un binomio inscindibile. Si tuffano cosi nel mondo dell’automobilismo per cancellare i ricordi bellici e dimenticare i problemi dell’occupazione abusive delle terre da parte dei contadini strumentalizzati dai vari Calogero Vizzini, Genco Russo e Salvatore Giuliano.

Nei primi giorni di aprile del 1948, insieme a Stefano, ad Antonio Pucci, a Giovanni Federigo e Beppe Albanese  ­ non più giovanissimo ­ fa rivivere ai siciliani l’emozionante e spettacolare Giro di Sicilia.

II problema finanziario non è per nulla indifferente, ma il principe Lanza, con il sostegno morale dello zio Vincenzo Florio, con il suo entusiasmo, e con quello degli amici citati, riesce a coinvolgere Giuseppe Alessi, presidente della costituente Regione Siciliana, e farsi coprire le spese.

Al nuovo appuntamento automobilistico non mancano i grandi campioni: Ascari, Taruffi, Villoresi, Cortese, Biondetti, Maglioli. Alla partenza del 3 aprile c’e una folla immensa assiepata dietro gli steccati di legno in piazza Politeama. II ruggito dei bolidi elettrizza l’ambiente. Raimondo di Trabia stappa una bottiglia di champagne ed annaffia le vetture in attesa del “via” dello starter. Vincerà  l’8° Giro di Sicilia Igor Biondetti su Ferrari 166.

Il Giro di Sicilia

L’anno successivo Raimondo Lanza darà vita ad un’altra edizione del Giro di Sicilia, che sarà ancora una volte vinta da Biondetti sempre su Ferrari 166. Cosi grazie a lui ed ai suoi amici I’automobilismo siciliano ha un grande impulso. A questo punto il giovane nipote di Don Vincenzo Florio, appagato, riconsegna l’organizzazione allo zio.

Dopo il IX Giro di Sicilia il principe Lanza partecipa in coppia con Stefano La Motta alla Mille Miglia. La vettura è una Cisitulia ufficiale. Lanza e La Motta hanno il numero 1.001. Ci sono fior di piloti: Nuvolari, Taruffi, Biondetti, Marzotto, Bonetto, Cortese. Ma la corsa si mette subito male per i due corridori siciliani, che devono rinunciare alla furibonda cavalcata dopo cento chilometri per noie meccaniche.

Raimondo Lanza è un pilota irruento, dal mezzo meccanico pretende molto ed il più delle volte non arriva al traguardo. Riesce comunque ad essere settimo assoluto nel 1950 alla Cronoscalata del Montepellegrino e undicesimo, sempre assoluto, nel Rally di Montecarlo del 1951 con partenza da Palermo.

Il ricordo del barone Pucci

Altri aneddoti su Raimondo Lanza vengono raccontati dal barone Antonio Pucci di Benisichi ­ vincitore della Targa Florio del 1964 insieme all’inglese Colin Davis su Porsche 904 .

Con Raimondo  – ricorda il barone Pucci ­ c’era sempre da ridere. Una volta ci trovammo a Catania per una gara in salita ed eravamo alloggiati all’albergo Corona. Una sera durante la cena si avvicinò al nostro tavolo un amico anch’egli corridore, il quale chiese a Raimondo che tipo di “rapporti” usasse.

E Raimondo prontamente gli rispose di usare “rapporti di cordiale amicizia”. II nostro amico prima rimase di stucco e poi, con leggero ritardo scoppio a ridere. Un altro gli chiese se la sua vettura andasse a benzina “superraffinata”, e Raimondo con tono serio: “No, va a whisky. E la tua?”. Quello andò via scioccato. Penso che Raimondo avesse già il fatto il pieno … naturalmente di whisky. E noi del tavolo a ridere da matti”.

La chiromante e la tragica morte

E’ il febbraio del 1951 quando Raimondo Lanza e Stefano La Motta consultano a Roma una chiromante, la quale predice loro una tragica morte. Nei salotti palermitani i due amici racconteranno: “Quella ha voluto metterci un pò di paura, ma non sa di che pasta siamo … “. Ma per tragica ironia della sorte accade l’imprevedibile.

E’ il primo aprile del 1951 quando in occasione dell’ 11° Giro di Sicilia muore drammaticamente Stefano La Motta e con lui perde la vita anche il meccanico Francesco Faraco. Il barone La Motta, in una curva ad angolo retto a Priolo, sbanda e va a schiantarsi con la sua potente Alfa Romeo contra la facciata di un rustico.

Pochi minuti dopo l’incidente, transita da lì il bolide dell’amico Raimondo con alla guida il suo meccanico.

La tragedia

E’ notte e Lanza si è appena appisolato. Cosi non si accorge di nulla. Il meccanico continua la sua corsa per evitare al principe lo straziante spettacolo. Raimondo Lanza apprende la tragica notizia al suo arrivo a Palermo.

Non dice una parola: improvvisamente sbianca e cade a terra svenuto. Da questo momento il giovane principe non vorrà più sentire parlare di corse e per lenire i dolore della scomparsa dell’amico del cuore si tufferà a capofitto nel mondo del calcio.

Il principe Raimondo Lanza di Trabia morirà suicida il 30 novembre del 1954, gettandosi dalla finestra del 2° piano dell’albergo Eden di Roma. Al suo funerale parteciperanno in ventimila