Tratto da Sicilia Motori – Anno VII n. 29 (87) Agosto -Settembre 1988

di Giancarlo Felice

«Quello che gli altri facevano in una settimana, prendendosela comoda, io lo dovevo fare in uno, al massimo, in due giorni. Le disponibilità economiche non mi permettevano di arrivare sette giorni prima per provare la cronoscalata».

Chi afferma ciò è Pietro Lo Piccolo, pilota di un certo prestigio negli anni 60, con una carriera breve (dal 1964 al 1972), ma per lui piena di soddisfazioni perché in quei pochi anni d’intenso agonismo aveva in pieno centrato il traguardo che si era prefisso. Correre per otto anni e diventare «qualcuno».

«Già nel 1964 avevo deciso che dovevo correre per otto anni e che avrei smesso nel 1972. Sicché il mio obiettivo era sfruttare questo tempo ottenendo il massimo. Nella mia vita sono sempre andato avanti a cicli che hanno avuto come denominatore comune l‘affrontare il pericolo e superare la paura.

Ho iniziato con il paracadutismo, ho proseguito con il brevetto di pilota d’aereo, poi sono passato ai kart per approdare al­ l’automobilismo. La mia teoria è che tutti siamo eguali: occorre solo impegnarsi per riuscire a fare cose delle quali pensiamo di non essere capaci. In questo caso lottare la paura e vincerla».

Lo Piccolo, nel mondo automobilistico, si è fatto avanti a «gomitate», superando avversità che se fossero capitate ad altri forse avrebbero consigliato di smettere subi­to. Ma lui, caparbio, proseguiva per la propria strada.

«All’automobilismo sono arrivato dai kart. Avevo una vecchia 1500 con portabaga­gli, sul quale trasportavo il kart per partecipare alle corse che si facevano solitamente prima delle cronoscalate. Visto che non permettevano ai kartisti di provare, decisi di iscrivere la 1500 alla Monte Erice per conoscere i tornanti che poi mi sarebbero stati utili nelle gare per kart. In prova ottenni il quinto tempo di categoria, qualcuno mi no­e mi incoraggiò a correre.

lo piccoloL’Abarth 1000 Sport di Pietro Lo Piccolo

Comprai una Abarth 1000 Sport da Mariano Spatafora per correre nella categoria in cui vi erano Capuano, Calacibetta, lo stesso Spatafora e tanti altri. Il debutto avvenne in Sardegna alla Corongiu – ­Campuomu, assieme a Sutera e Giliberti. Andò male: ruppi il motore e pensavo di avere messo la parola fine all’ agonismo perché non avevo i soldi per un’altra vettura. Ma Battaini, preparatore di Conrero, mi propose uno scambio.

L’Abarth contro una Giulietta SZ 1300, vettura superata in quanta correva nella categoria della Simco Abarth, ma comunque resistente. Accettai».

E qui la prima avversità. Lo Piccolo de­cide di iscriversi alla Targa Florio. Non può farlo perché necessita la licenza di 2° categoria e lui possedeva la 1 °. A Vallelunga in quindici giorni frequenta la scuola di pilotaggio, si classifica secondo, ottiene la licenza, fa amicizie, soprattutto con un ragazzo barese (e vedremo poi perché que­sto ragazzo e importante nella carriera di Lo Piccolo), comincia a farsi apprezzare per lo stile di guida.

«Presento la domanda di iscrizione alla Targa e già mi dicono che c’e il numero chiuso, che non ho corso mai, ed altre cose scoraggianti. Nonostante tutto insisto. Nel frattempo Giliberti mi presentava Antonio Pucci che in dieci giorni mi insegna i segreti della Targa. Dieci giorni passati a girare sulle Madonie, 160 giri per imparare a conosce­re il circuito. All’atto delle verifiche altro in­ toppo.

Il verificatore mi prescrive alcune modifiche, pena l‘esclusione dalla corsa. In nottata la vettura fu messa a posto, grazie anche al comandante Albanese che sostenne la mia partecipazione. Corsi la mia prima Targa e mi classificai sesto di classe, in una categoria che vedeva una ottantina di vetture. Successivamente partecipai alle classiche gare in salita siciliane, polverizzando i tempi che altri avevano ottenuto con lo stesso tipo di vetture»

lo piccoloLa liquidità economica

La liquidità economica non era il forte di Pietro Lo Piccolo, che comunque sapeva «industriarsi». Aveva saputo che vi erano ottimi premi al Rallye dei Jolly Hotel, la cui prima edizione partiva da Palermo per giungere a Trieste, attraversando la Penisola con gare di regolarità che toccavano tutti quei posti nei quali vi era un circuito o si svolgeva una cronoscalata.

«Il mio obiettivo era potere comprare per due milioni e mezzo un’Alfa Romeo Tl 1600 S do un amico barese che avevo conosciuto al corso di pilotaggio di Vallelunga, una vettura che teneva a Bologna e che doveva togliere per motivi personali. Partecipai al Rallye dei Jolly con il preciso intento di vincere premi di tappa e finali, che mi permettessero di racimolare quella cifra».

La strada del successo di Pietro Lo Piccolo, però, non è mai in discesa. Anche stavolta do­vrà «ricorrere» a gomitate, voce grossa e qualche altra cosa perché giustizia trionfi e lui non ne venga danneggiato.

«Nella mia categoria vi era una ASA 1000, la cosiddetta «Ferrarina», pilotata dalla fidanzata di Andrea De Adamich, Do­natella Odoardo e con secondo pilota un conduttore di Formula Uno, Bassi, che la casa di Maranello le aveva affiancato, ma che in pratica era la prima guida. Nel corso di una tappa di avvicinamento mi accorsi di avere un inconveniente che avrei potuto far riparare dall’assistenza Alfa.

Giunsi per primo al furgone, prospettai il danno e mi fu risposto che non potevano far nulla. Men­tre mi allontanavo, vidi la «Ferrarina!> mia diretta concorrente nella categoria fermarsi al punto di assistenza Alfa e i meccanici armeggiarvi intorno, riparare la vettura e rimetterla in condizioni di gareggiare. Non ci vidi più dagli occhi: ritornai sul posto, chiesi chi era il capo; questi si avvicinò, gli mollai due schiaffi e me ne andai, minacciando di informare l‘Alfa Romeo che si preferiva assistere la vettura di un’altra Casa, anziché un’Alfa».

lo piccoloL’Ing Chiti per Pietro Lo Piccolo

Questa fu un fatto che fece scalpore. Lo Piccolo aveva schiaffeggiato addirittura l‘ing …. Chiti.

Un episodio che «convinse» gli uomini Alfa a non «trascurare» le richieste di quell’omone palermitano. Omone che inizialmente fu l’unico ad opporsi al­l’annullamento di una gara che prevede Monza di girare per mezz’ora sul circuito.

Sull’autodromo gravava una fitta nebbia e perché la gara venisse annullata necessitavano le firme di tutti i piloti. Lo Piccolo cambiò idea solo dopo che il «vice» di Chiti gli assicurò I’assistenza sino alla conclusione della manifestazione.

Pietro Lo Piccolo avevo stoffa e grinta ed arrivò alla penultima prova in testa alla categoria. Si doveva disputare la Mosson­ – Tresche, sull’ altopiano d’Asiago e per molti era gara decisivo, ma il percorso non aveva guard­rail.

I piloti impauriti da tale fatto, dalla nebbia e dal nevischio richiesero I’annullamento dello prova, ma stavolta Lo Piccolo fu irremovibile. Non firmò e la cro­no si disputò.

«Dope tante centinaia di chilometri la vettura cominciava ad avere qualche problema. Nella Mosson ­Tresche, per esempio, avevo il cambio bloccato. Entrava solo la terza e la quinta. Visto che avevo rifiutato di far annullare la prova dovevo essere sul­la linea del traguardo e possibilmente vincerlo per arrivare a quei due milioni e mezzo che mi avrebbero permesso di comprare un’altra vettura.

Mi ricordai che questa gara era stata vinta da Giliberti e nel corso della sera precedente alla salita gli telefonai per farmi descrivere minuziosamente il percorso, sfruttando il fatto che Giliberti aveva una formidabile memoria fotografica. Ottenni il primo tempo di categoria, davanti alla “Ferrarina” alla quale diedi un minuto.

Al traguardo, però, arrivai con un pistone bucato, cosa di poco canto se si considera che il “vice” di Chiti ogni quattro­ cinque chilometri mi aiutava a rabboccare un chilo d’olio e che gran parte della strada verso Trieste era in discesa per cui spegnevo il motore. A Trieste mi presentai con un ampio margine sulla diretta rivale, classificandomi primo di categoria, ottavo assoluto su un lotto di con­ correnti che a Palermo erano 160 ed a Trieste solo 16».

lo piccoloLa Giulia TZ 1600S

Lo Piccolo intascò i premi, va a Bologna a prendersi la Giulia TZ 1600 S, macchina che però non utilizza nello stagione succes­siva in quanto Giliberti, che dovevo preparargliela, rimane gravemente ustionato nel corso dello Targa Florio, per cui l’agognata Giulia rimane ferma. Il 1965 Lo Piccolo lo corre con lo 1300: un decimo assoluto allo Alcomo ­Monte Bonifato, poi primo di categoria alla Monte.

Erice, secondo allo Termini­ – Caccamo, quarto alla Monte Pellegrino, quinto in Coppa Silo, sesto alla Targa Florio. L’anno dopo finalmente arrivò la 1600 e Lo Piccolo ritenta il Rallye dei Jolly. Stovolta vi partecipano gente del calibro di Vaccarella, Giunti, Niccodemi, Lotteri, Capuano, Galli, Pucci e il futuro presidente del Napoli, Ferlaino.

Lo manifestazione si apre con la Monte Pellegrino. Primo assoluto è Pietro Lo Piccolo, davanti a Giunti, Dini e Vaccarella. Fino a Vallelunga la coppia Lo Piccolo ­«Luen» (Enzo Mirto) mantiene salda la leadership, ma Lo Piccolo non ha la possibilità di verificare il motore in quanto nei pressi di Benevento la vettura urta un muretto e il cofano si accartoccia bloccandosi. Al via, nella mezz’ora di Vallelunga, la macchina resiste per i primi dieci minuti, poi una fumata nera consiglia al pilota di fermarsi.

lo piccoloLa vittoria di Pietro Lo Piccolo nella Termini Caccamo

Lo stesso anno Lo Piccolo fa l’assoluto nella Termini­ Caccamo: «A meta gara si ruppe l’acceleratore. La vettura rimase accelerata e per rallentare spegnevo il contatto per riaccenderlo quando avevo bisogno di gas. Dietro di me si classificò Munari con fa HF, ma in classifica non comparve, in ossequio al fatto che le vetture ufficiali non dovevano apparire se a vincere era un privato».

Il ’66 lo vede terzo di categoria alla Montepellegrino, primo a Monopoli, terzo ad Alberobello. E finalmente arriva la possibilità di guidare una Ferrari. Acquistò uno Dino che nel 1970 gli permette di vincere la categoria alla Targa in coppia con Calascibetta, mentre l’anno prima si aggiudica la categoria 1600 in coppia con Ignazio Serse.

In totale sono dieci le Targa Florio alle quali partecipa, otto di velocità, due con la formula rally. La prima volta alla guida di uno 125, la seconda con una Opel preparata da Conrero nel 1980. Sempre 1970 Lo Piccolo si aggiudica il campionato italiano con la Dino Ferrari, macchina che gli permette altri assoluti: due volte alla Montepellegrino, tre alla Val d’Anapo ­Sortino, la Coppa Faro a Pesaro, una S. Benedetto­ Acquaviva ed una Cefalù ­Gibilmanna.

Oggi Pietro Lo Piccolo ha 55 anni: è sempre un omone pieno di vita, con tanta grinta che ora riversa con l’impegno politico nel quartiere Cuba­ Calatafimi e nel sociale assistendo gli handicappati. Penultimo di sedici figli, tenne fede ad un patto con la madre che non voleva veder­lo gareggiare se «non dopo la mia morte».

Infatti Lo Piccolo inizia l’agonismo automobilistico a 32 anni, quando altri si avviavono al tramonto. Tipo sanguigno, oggi molto più calmo, è stato I’ unico che ho avuto a che … «ridire» con l’ing. Chiti (come si e riferito), Abarth, Ferrari in persona e De Tomaso.

Ognuno con episodi che oggi si possono definire simpatici, ma che allora assumevano toni seri per il fatto che «non ho mai sopportato le ingiustizie e qualche volta non riuscivo a controllarmi. Oggi posso dire che se non passavo … ai fatti non avrei ottenuto quel che mi spettava. Quanti mi dicevano che il mio comportamento era ardito, in epoca successiva plaudirono il mio operalo: che avessi avuto fegato?».