Tratto da Sicilia Motori – Anno V – n. 12 (56) Aprile 1986

Di Giancarlo Felice

Oggi il suo ”regno” è un ampio scan­tinato in un grande palazzo palermitano che fa angolo con via Sicilia e via Brigata Verona. Negli scivoli sono sistemate au­to da riparare o vetture da corse che at­tendono di cimentarsi. Dentro l’officina altre macchine di grossa cilindrata (una Rolls Royce e una Jaguar), sui ponti auto “normali” in riparazione.

La conduzione di questa azienda è fa­miliare. Vi lavorano Michelangelo Scu­deri, il figlio Achille ed il nipote Michlangelo jr. , come a volere mostrare che, di generazione in generazione, continua la passione per i motori. Ad onor del ve­ro “u zu Michele”, ormai, ha ceduto un po’ le redini al figlio Achille, ma tiene saldamente per sé la consulenza, offre esperienza, consiglia il ”fai questo al posto di quello” perché così il motore andrà meglio.

In camice azzurro, il nostro “Campio­ne di Ieri” lo troviamo seduto su una vettura, mentre controlla il rombo del motore. Rubiamo, quindi, a Michele Scuderi, un’abbondante oretta per farci raccontare i suoi 74 anni, più precisa­mente gli anni a cavallo tra il 1930 e il 1955, periodo in cui si è cimentato sulle due ruote, non disdegnando qualche ot­tima apparizione sulle quattro ruote.

L’inizio in bici di Michele Scuderi

”I miei trascorsi sono effettivamente – esordisce Michele Scuderi – sulle moto, alle quali arrivai dopo aver corso parecchio in bicicletta, vincendo pure diverse gare in pista ed una Montecuc­cio – Montelepre – Partinico – Monreale. Poi cominciai a frequentare l’officina di Nené Cutrano in via Stabile, angolo via Carella. Qui la mia passione per le moto esplose. Le conoscevo nei minimi parti­colari e sapevo cosa ognuna era in grado di poter fornire. Mi cimentai nella pri­ma gara a 18 anni alla guida di una DKW con compressore.

Allora si correva all’interno del Parco della Favorita, gra­zie a Vincenzo Florio che aveva realizza­to un circuito di 800 metri, proprio dove oggi c’è il maneggio sotto sequestro. Per i giovani di allora quella pista era uno sfogo, un luogo dove tra l’altro si impa­rava a guidare una moto. Piano piano comincia a vincere altre gare: la Monte­pellegrino, la Catania – Etna, la cosiddetta cravatta di Enna, a Carini.

Furono gare che attirarono l’attenzione dei federali palermitani, i quali mi segnalarono a Roma e dopo una dura selezione potei far parte del drappello dei giovani fasci­sti che rappresentarono l’Italia all’estero nelle gare motociclistiche. Ho gareggia­to in Spagna, in Germania, in Gran Bretagna nel Tourist Trophy (1932) do­ve giunsi secondo.”

Nell’officina, accanto all’ufficietto, campeggia una rarità: una Velo KTT 350 cc., targata PA 27, comprata da Michelangelo Scuderi nel 1930 per la “iperbolica” cifra di 12.500 lire. Una rarità che funziona ancora dopo ben 46 anni. Il segreto? È tenuta alla perfezione e mette in moto al primo colpo per por­tare ora a passeggio il suo proprietario.

“Nel ’39 e l’anno successivo – ricor­da ancora – vinsi due Targa Florio su una Sertum 250. Il circuito era sempre quello della Favorita. Si cominciava a gareggiare dalle 8 alle 12 per riprendere dalle 16 sino alla mezzanotte. Gare este­nuanti che costavano, oltreché fatica, anche denaro per lo sciupio dei mezzi, ma soprattutto delle gomme.

Per rispar­miare avevamo escogitato il sistema di voltare i pneumatici. In pratica dopo una corsa la spalla di sinistra della gomma era consumata perché il senso del circuito era quello. Per utilizzare le stes­se gomme nella gara successiva si «volta­vano» i copertoni. Ma bisogna pure dire grazie a Vincenzo Florio, il quale com­prendendo i nostri sacrifici, ci incorag­giava rimborsandoci alcune spese”.

Le gare per il “regime”

Il suo momento migliore, quello più vincente, è stato sotto il ventennio, certamente aiutato dal partito. Rim­pianti?

“Certo. Non di carattere sportivo, ma sociale. Oggi viviamo in democrazia, ma come ci fa vivere questa democrazia?

Nostalgia: certamente, un poco. Mol­te cose odierne Michele Scuderi non le approva perché dice “l’istituzione è molto più rilassata rispetto a qual­che decennio orsono. Fa poco o nulla, per esempio, per venire incontro ai giovani”.

”Oggi chi possiede una moto – so­tiene il veterano delle due ruote – non ha come sfogarsi. Non c’è un posto a Palermo per gareggiare ed allora la nostra gioventù si sfoga pericolosamente sulla strada dove certamente non impara a portare correttamente questi bestioni. Ai nostri tempi si andava nel circuito della Favorita e lì imparavamo. Si imparava gradualmente, crescendo di cilindrata a poco a poco.

Oggi, invece, i nostri nipoti se non hanno quantomeno un 400 sotto le gambe, si sentono «men­omati». Ma parte della colpa è anche dei padri, i quali pur di accontentare i figli, farebbero qualsiasi cosa e non sanno che un 48 cc, elaborato può raggiungere una velocità di 120 km/h “. 

Michele Scuderi, costruttore

Lei è stato capace di classificarsi con una moto, costruita da lei, che era un cocktail di marche.

“In una gara del dopoguerra a Reggio Calabria, sul lungomare, scesi in pista con una moto che montava telaio e alberov a camme della Condor, testata e cilin­dro di un motocarro furgone e il carter della Guzzi V. Mi classificai al terzo posto, alle spalle del piacentino Cavacciuti e di un romano, del quale non ricordo il cognome, che guidavano due moto uffic­iali. La soddisfazione per me fu tanta: la mia «americana» praticamente aveva vinto ”.

Che tipo di guida attuava?

“All’inglese. Mi inclinavo cioè con la moto, raggiungendo con essa un angolo a 45 gradi. Qualche anno più tardi iniziammo a sporgere la gamba fuori dalla noto, cosa che ancor oggi mettono in pratica i piloti per chiudere meglio le curve”.

Quali erano i suoi avversari più ostici?

“A Palermo Franco De Simone, Ma­rio Gambino e il compianto Pippo Ta­bascio, a livello nazionale i fratelli Pie­tro e Mario Gherzi, il campione italiano Aldrighetti e Cavacciuti”.

Auto, secondo amore di Michele Scuderi

L’amore per la bici e per la moto lo ha completato con quello per le auto.

“Non è la stessa passione che ho nu­trito per le moto, ma ho gareggiato an­che in auto, vincendo la classe in un Gi­ro di Sicilia con una 1100 E. Sulle mac­chine mi piace lavorarvi. Ricordo quan­do sulle BMW 700 di Calascibetta adot­tavano piccoli accorgimenti che lo face­vano vincere addirittura dinanzi a piloti che correvano in classi superiori”.

Quali erano le marche delle moto nei tempi in cui correva?

“Le inglesi Velo 7, Norton, Aies e BSA, la belga Sarolea, la tedesca NSU, le italiane Guzzi e Albatros. Ma la mi­gliore rimane la Rondine che Benito Mussolini fece progettare all’ing. Piero Taruffi. Una quattro cilindri ad aria che debuttò vittoriosamente a Tripoli alla guida dello stesso progettista, il quale precedette Amilcare Rossetti alla guida di un ‘altra Rondine. Mussolini volle una moto che si imponesse all’attenzione internazionale e Taruffi la costruì. Quello stesso telaio e motore successi­vamente si chiamò Gilera e poi MV Au­gusta“.

Michele Scuderi era il beniamino del­le folle, ma anche di Vincenzo Florio. Elegante nella conduzione della moto, sfoggiava un casco inglese, il TT, che lo contraddistingueva dagli altri piloti.

A proposito di caschi, l’obbligato­rietà come la vede?

”È certamente una buona cosa, ma la legge è troppo rigida ed in molti casi chi è preposto non la fa rispettare. È troppo rigida in quanto il casco è obbligatorio anche dentro la città dove esiste una ve­locità obbligatoria massima che, se os­servata, anche se si cade, non produce effetti mortali. Da quando è entrata in vigore la legge poi molti motociclisti usano portare ti casco non in testa, ma all’avambraccio. E nessuna li contravvenziona. Se la legge esiste bisogna farla rispettare. A questo punto sarebbe me­glio correggerla, o meglio migliorarla. In città senza casco, fuori obbligo ad in­dossarlo. Credetemi che in estate porta­re ti casco è veramente un supplizio!”.

Gli europei, i migliori

Che differenza passa tra le moto di ie­ri e quelle di oggi?

“Meccanicamente nessuna. Piccoli accorgimenti e basta. Sul piano del pe­so, invece, moltissima: oggi le leghe so­no ultraleggere, più perfezionate, più raffinate, la moto quindi si presenta più elegante. I giapponesi poi hanno copia­to le moto europee ed hanno invaso il mercato, ma rimaniamo sempre i migliori”.

Qual è oggi il suo rapporto con le moto?

”Quello solo di farci ogni tanto qual­che passeggiata. Mi verrebbe voglia di aprire la manetta del gas, ma penso che non ho più l’età. Perché per guidare un «bestione» bisogna essere allenati fisica­mente e soprattutto avere i riflessi pron­tissimi. Che senso ha vedere i giovani ti­rare la frizione e dare gas, per impen­narsi? Pochissimi sanno fare questo «nu­mero» senza che accada nulla, moltissi­mi invece lo fanno ma prima o dopo ca­dranno, senza avere imparato a governa­re il mezzo. Il segreto nelle cadute sta nel gettarsi e non seguire la moto. I dan­ni saranno sempre inferiori”.

Se dovesse “aggettivare” i suoi compagni di allora.

“Spericolati: Ciccio De Simone e Va­lerio Campione. Sfortunato: Aurelio Sanzo. Fortunato: io, Michele Scuderi. Calcolatore: Pino Aiello. Audace: Nino Corona. Incompetente: ve ne era uno, ma non ricordo il cognome, che vuole … l’età”.

L’intervista finisce, Michele Scuderi non si sente in giornata. Ci sono giorni in cui i ricordi sono perfettamente niti­di, altri meno. L’esperienza di sette an­ni e 12 giorni, impegnato nella seconda guerra mondiale, lo tormentano ancora oggi. Girò tutti i fronti, finì prigioniero a Berlino.  Al rientro l’unica cosa che rimaneva ancora viva era la passione per i motori.